Il fatto è che, nella società di oggi, i pericoli per l’infanzia si presentano in tante forme e non sempre si organizzano per tempo adeguate difese. Persino in chi si dice pronto a curare si può nascondere, consapevolmente o inconsapevolmente, una minaccia, un rischio. Due esempi significativi. Recenti prese di posizione a livello internazionale, da parte di organismi scientifici qualificati, ci invitano a riflettere maggiormente su uno strumento tecnologico, il computer, messo in mano a bambini sempre più piccoli, e su un comportamento infantile, l’iperattivismo, una “non
malattia”, sulla quale sembrava si potesse agire con efficacia solo ricorrendo all’impiego di psicofarmaci.
Come intervenire sui bambini etichettati come iperattivi? Recentemente si è parlato di uno studio inglese della Nottingham University, pubblicato su Biological Psichiatry,
che ha rafforzato le convinzioni dell’associazione “Giù le mani dai bambini” (Comitato per la farmacovigilanza pediatrica). La novità, se di novità si può parlare, è che "Nei bambini affetti da sindrome di disattenzione e iperattività (Adhd), gli incentivi possono avere lo stesso beneficio dei farmaci”.
Il miglioramento si può ottenere non solo con l'utilizzo di farmaci - causa di potenziali effetti collaterali anche gravi - ma con strategie pedagogiche quali, ad esempio, quella della "ricompensa a breve termine”. Insomma meno chimica e più psicopedagogia, con la speranza che questa linea sia sostenuta dall'Istituto superiore di sanità e dall'Agenzia
del farmaco. Più computer o meno computer nella vita di un bambino? E’ un dibattito che non si arresta ed è anche comprensibile il perchè. Il virtuale prevale sempre più sul reale. Ha cominciato la tv. Tocca oggi a Internet. Gli inglesi, sotto la spinta laburista, si
erano convinti che il pc dovesse entrare nella vita dei piccoli molto prima dei cinque anni. Questo progetto educativo, chiamato Nappy Curriculum partiva dall’idea che già a due anni si possono apprendere le operazioni tecnologiche di base. Ora però uno studio della società psicologica inglese mette al bando i computer per i bambini sotto i 9 anni: se usato prematuramente
il pc potrebbe compromettere le abilità di lettura, di calcolo matematico e dare al bambino una percezione "virtuale" della realtà, prima che reale. Per questo motivo la Royal Society of Medicine ha chiesto al governo regole restrittive sull'uso di telecomandi, videogiochi e sulla navigazione Internet nella prima infanzia: i bambini devono sviluppare prima la conoscenza
dello spazio intorno a loro e solo dopo la realtà virtuale e tecnologica.
L'uso anzitempo del computer rischia di compromettere le abilità di lettura e di calcolo matematico, deformando la realtà in un delicato momento della vita in cui i piccoli devono ancora farsi un’idea consapevole del mondo, dello spazio e del tempo. Lo sviluppo delle funzioni cerebrali
non sarebbe insomma agevolato, ma piuttosto inibito. Gli psicologi chiedono zone interamente "Technology Free". Il nome dello studioso, che con più decisione si è espresso sul tema, è Aric Sigman. Sono suoi giudizi quelli sulla necessità che i bambini conoscano prima la vita reale e poi
quella virtuale: "Il cervello nei primi anni di vita deve fare esperienze tridimensionali reali che stimolino la curiosità”, "I bambini hanno bisogno di sentire, toccare, vedere e spostare le cose reali per educare la loro infrastruttura neurologica e cognitiva". Sigman è sicuramente un personaggio singolare, che ama muoversi in controtendenza. Pronti in molti a saltargli addosso per aver affermato che i social network fanno male alla salute. E’ suo comunque il merito di aver riaperto un discorso che sembrava già concluso. Molti esperti italiani, chiamati in causa, hanno ripetuto più o meno gli stessi concetti,
salvo poi rifugiarsi nella convinzione che “se il computer, come la tv, si usassero, da parte dei bambini, solo per pochi minuti al giorno…”.
redazionale
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